martedì 1 maggio 2018


EDITORE: Adelphi
1ª EDIZIONE ORIGINALE: 2007
PAGINE: 176
TRADUZIONE: M.Z. Ciccimarra


Con Adelphi, di solito, vado sul sicuro. Dico sempre che potrei prendere un loro libro a caso, senza nemmeno aver mai sentito nominare l'autore e sarebbe sicuramente un libro valido. Non mi capita con tante case editrici, anzi, credo che Adelphi sia l'unica che mi fa questo effetto.
"La Vegetariana" è l'eccezione che conferma la regola.

È sicuramente un libro che ha avuto un grande successo (vincitore del Booker Prize 2016), ma che divide. Non proprio un "o lo si ama o lo si odia", ma siamo lì. Non è stata una lettura facile, è un libro disturbante, non immediato, lacunoso. Tutte cose che l'autrice voleva, ma tutte cose che, mixate insieme, su di me non fanno presa.
I libri disturbanti non sono un problema per me, che amo Irvine Welsh ("Trainspotting", "Il Lercio", ecc.), nemmeno quelli non immediati (ho amato libri a partire dall'ultimo capitolo, mentre fino a quel punto non li ho sopportati) lacunosi anche, se ciò che manca dà un senso al tutto. Ma qui non ci siamo.

Di sicuro quello che manca tantissimo è una prefazione, qualcosa che ci introduca nella Corea del Sud più o meno attuale, che fa da sfondo agli eventi.
È tutto molto lontano da noi, molto diverso: i rapporti familiari, sociali, l’approccio al vegetarianismo in primis. Questa prefazione però non c’è, no, e nemmeno una postfazione, nulla, il libro inizia e finisce lasciandoci così, persi, con mille dubbi, un po’ annebbiati, pieni di domande. 
Nella Corea del Sud di oggi è quindi normale, accettabile, che chi decide di seguire una dieta vegetariana subisca quello che accade alla protagonista? E parliamo di violenze fisiche e psicologiche. Ma anche più semplicemente: perché i familiari fra di loro si chiamano “suocero”, “cognata” ecc.? A me sarebbe piaciuto saperlo, avrebbe reso la mia esperienza di lettura più completa.

Qui parliamo di una donna che, a seguito di un non ben specificato sogno, da un giorno all’altro decide di smettere di mangiare carne. Non è chiaro (a differenza del titolo) se sia vegetariana o vegana anche perché, da un certo momento in poi, smette di mangiare del tutto e non solo la carne.
Perché? Non si sa, l’unica risposta che ci è concessa in loop è un “Ho fatto un sogno” di bartlebiana memoria.
Il libro è inoltre diviso in tre grandi ipotetici capitoli: la protagonista è prima vista e raccontata (in tempi diversi) dal marito, poi dal cognato, infine dalla sorella. Se aggiungiamo il nostro di lettori, arriviamo a quattro punti di vista esterni su una donna che mai si racconta, che mai ha la possibilità di spiegare quello che le accade in prima persona.
Queste visioni esterne non fanno altro che rendere ancora meno chiara la situazione quindi, alla fine, nessuno conosce veramente Yeong-hye, nessuno sa perché si comporti così (nemmeno l’autrice, sarei pronta a scommetterci).

L’ho trovato un libro freddo, anzi, gelido, volutamente inconcludente anche perché, come dice l’autrice: “I libri non devono spiegare tutto. Mi piace lasciare uno spazio vuoto all’interno delle mie storie” (vedi intervista di A.Pierantozzi su Rivista Studio).
Sarà ma, nel caso, leggo un racconto, una lettura che amo e dalla quale non mi aspetto conclusioni, risposte o troppe spiegazioni. 
Da un romanzo vorrei di più Signora Kang, vanno bene i vuoti e i non detti, ma le lacune non fanno per me.



Unica frase che ho sottolineato:
(pag. 80)
"Quell'inspiegabile serenità lo atterrì: gli fece nascere il sospetto che si trattasse solo di un'impressione, quel che era rimasto in superficie dopo che un'enorme quantità di inenarrabile violenza era stata assimilata, o si era depositata dentro di lei come un sedimento".


Bonus:
Articolo interessante sulla traduzione de "La Vegetariana" (quella in italiano è fatta dall'inglese, non dal coreano): "La Vegetariana è stato tradotto male?"



2/5







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