lunedì 19 maggio 2014


Paolo Cognetti è sulla cresta dell'onda, c'è poco da dire.
Giovane, bravo, pubblicato da una casa editrice (Minimum Fax) altrettanto sulla cresta dell'onda, quando è stato proposto da uno dei miei gruppi di lettura (quello della biblioteca Sala Borsa), mai avrei pensato che avrebbe accettato di partecipare a questo festival.
Ricordo che, alla proposta del suo nome dissi "non verrà mai, è troppo famoso!", per poi scoprire che nel gdl c'erano anche persone che non lo conoscevano.
Invece Paolo ci ha fatto una bella sorpresa, non solo accettando il nostro invito, ma rivelandosi una persona alla mano, che non si è montata la testa.

Siamo praticamente coetanei e avevo l'impressione di avere davanti a me uno dei miei amici, un po' imbarazzato per la tanta gente venuta a sentirlo, ma con il sorriso sempre pronto.
Lo abbiamo accolto riempiendo buona parte del bellissimo auditorium intitolato a Enzo Biagi:


Come per gli altri incontri a cui ho partecipato e vi ho già raccontato (Pino Cacucci, Stefania Bertola e Valerio Varesi), anche per Paolo Cognetti vi lascerò delle citazioni sparse che ho appuntato durante l'incontro con lui.

Si pensa che il racconto sia una forma minore del romanzo, ma è solo diversa. Il romanzo dà l'impressione di essere "finito", il racconto invece dà un senso di incompletezza. Il racconto è la poetica del frammento.
Per "Orientarsi con le stelle", il titolo di un mio racconto, non ho preso spunto dal titolo omonimo della raccolta di poesie di Carver. Al contrario, il titolo originale della raccolta era differente e la casa editrice mi ha chiesto se poteva utilizzare quello del mio racconto.
Il racconto breve ha preso più piede negli Stati Uniti perché là ci sono vere riviste letterarie (vedi il New Yorker) e in Italia no, ci sono corsi di scrittura universitari, da noi solo la Scuola Holden o corsi amatoriali. Ecco perché la forma racconto continua a resistere negli USA.
I miei preferiti di sempre sono Salinger, Hemingway e Carver, ma anche Fenoglio, Primo Levi e Pavese, nei quali si possono infatti trovare riferimenti nella letteratura anglosassone.
Secondo il mio punto di vista quelli che compongono "Una cosa piccola che sta per esplodere" sono tutti piccoli racconti di formazione.
Provo angoscia verso la precarietà delle relazioni. Quello che mi mette in crisi sono i rapporti con gli altri, ne "Il ragazzo selvatico", dopo diverse delusioni, ho un rifiuto per estrema salvezza. 
Era scritto che dovessi avere una carriera da matematico (liceo scientifico, matematica all'università) poi a sedici anni ho cominciato ad innamorarmi ogni settimana, la trovavo una cosa "reale", così ecco la voglia di scrivere. 
Ai primi anni di matematica ho affiancato una scuola di cinema, per coltivare una forma di narrazione. Non ho mai voluto fare il regista, mi sono subito dedicato ai documentari, perché danno un bel respiro verso il mondo. I documentari nutrivano i racconti che scrivevo.
Ho avuto un padre vecchio stampo, di quegli uomini che non fanno trasparire le proprie emozioni, raccontare di donne è stato per me aprirmi come non potevo fare, quindi le donne che racconto sono un po' io che faccio quello che non potevo fare.
Avevo idealizzato le donne, per me erano tutte coraggiose e "spaccavano" tutto. Al padre di Sofia scoppia un tumore, a sua madre la cantina, perché nascondevano i propri sentimenti, mentre Sofia spaccava tutto e basta, senza nascondere nulla. Io sono come loro, ma vorrei tanto essere come Sofia, la invidio.
Mi chiedete se sarei "scoppiato" se non avessi scritto? Forse sono scoppiato proprio per quello, forse ora se non l'avessi fatto sarei un matematico felice. 
"Manuale per ragazze di successo" è un titolo ironico, il successo per quelle donne era raggiungere l'integrità, essere tutte d'un pezzo.
"Rosso americano" di Rick Moody mi ha ispirato la parte iniziale del primo racconto di "Una cosa piccola che sta per esplodere".
Alcuni frammenti dei miei racconti sono un po' vintage, parlo di lettere scritte a mano, cabine del telefono...
Leggendo letteratura americana ero abituato a leggere un italiano tradotto e quindi pulito, che è poi quello che ho imparato a usare io. Quando mi sono approcciato a Fenoglio e Primo Levi ho fatto più fatica, perché usavano parole (meravigliose) molto legate alla loro terra.
New York è una città in continua evoluzione perché ha paura di invecchiare, invece a Brooklyn sopravvivono tanti segni del passato, la storia è nelle strade.
Mi sono affezionato a Sofia, ci ho messo cinque anni a scrivere quel libro. Per un anno ho continuato a scrivere racconti su di lei, perché non riuscivo a staccarmene.
Scrivere un racconto è un po' fare luce su di un mistero, si inizia con una cosa e ne si cerca la fine. Si getta luce su qualcosa che all'inizio faceva paura.
Per descrivere l'amore fra Sofia bambina e Oscar è stato per me fondamentale il racconto "Ortiche" di Alice Munro. Paura, soggezione, attrazione verso certi adulti sono sentimenti fortissimi a quell'età. Per Sofia Lagobello non è più solo il paese inventato dagli architetti, ma il luogo del suo amore per Oscar.
Tutti i libri per me, ma credo anche per tutti gli scrittori, sono un percorso di esplorazione, non è tanto "ho una storia in mente, adesso ve la racconto" e magari ci metto tre o cinque anni a scriverla, sarebbe un tempo troppo lungo. Invece sono tre o cinque anni spesi a esplorare quella storia e, quando è finita, io ho la sensazione di averlo esplorato quel luogo, poi chiudo la porta ed è finita lì. Anche se a Sofia ci sono affezionato non mi sento più dentro "Sofia si veste sempre di nero"; dentro a "Il ragazzo selvatico", invece, mi ci sento in pieno, vivo gran parte dell'anno in quella baita in cui ho ambientato tutto e la fine di quel libro è fittizia, c'è un ritorno a valle invernale, ma poi le cose vanno avanti.
Il bello di incontrare i lettori è che ti aprono delle chiavi sulle cose che hai scritto, ti chiariscono delle cose che, magari, erano un po' vaghe.
Questa frustrazione di non usare il corpo ce l'avranno le donne? Io sicuramente da maschio urbano la sento molto, quindi questa libertà di fare fatica, di usare le mani e le gambe in montagna io la collego molto al mio "io " maschile.
Prima del termine dell'incontro Paolo ci ha letto qualche pagina del suo ultimo libro uscito proprio in questi giorni "Tutte le mie preghiere guardano verso ovest" una sorta di seguito del suo (il mio preferito) "New York è una finestra senza tende.


Interessantissimo anche questo quarto incontro al quale ho partecipato, non vedo già l'ora di incontrare nuovamente Paolo :)


{ 6 commenti... read them below or Comment }

  1. Lui è uno che vorrei tanto incontrare.
    Ho letto due dei suoi libri (Sofia e Il ragazzo selvatico), ma sono ancora alla ricerca del mio preferito.

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  2. Mi è piaciuto tanto, nonostante qualche risposta impostata... Mi sono finalmente decisa a leggere Sofia... ;)

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  3. Di lui mi mancano Manuale per ragazze di successo e Il ragazzo selvatico, mia prossima lettura.
    Sarà stato bello incontrarlo!
    Grazie per il tuo resoconto.

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  4. Ho letto Sofia e Una cosa piccola che sta per esplodere e li ho amati tantissimo! Sul comodino ho Manuale per ragazze di successo, che sarà sicuramente tra i prossimi.

    Ho avuto la fortuna di incontrarlo l'anno scorso (insieme a Fabio Stassi e Alessio Torino che però ancora non conoscevo come scrittori... ma per fortuna ho rimediato!) ed è davvero una bella persona! E poi è molto simpatico :)

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  5. Momenti di commozione in Ragazzo selvatico: quando Remigio incomincia a leggere per cercare le parole x raccontare di se' e dire addio al padre; in Sofia quando ha cominciato a mangiare con la zia senza forzature.

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  6. @Sfs: leggili tutti, lo troverai sicuramente :)
    @Strawberry: quando l'hai finito fammi poi sapere!
    @Marina: il Ragazzo Selvatico a me è piaciuto davvero molto!
    @Elisa: concordo Elisa, anche a me ha fatto una buona impressione
    @Anonimo: grazie per il tuo commento, in effetti sono momenti toccanti che Paolo è riuscito a rendere molto bene :)

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